Attività - Le ferite invisibili della guerra.
La guerra raccontata da chi l’ha vista da vicino.

Mercoledì 22 Aprile 2026 abbiamo organizzato un incontro aperto alla cittadinanza con la giornalista Marta Serafini inviata di guerra del Corriere della Sera, che ha raccontato le sue esperienze soprattutto in territorio ucraino.
L’intervento si è aperto con una riflessione sul ruolo dei testimoni nei momenti storici più difficili, in particolare in guerra. L’oratrice ha sottolineato come la presenza dei giornalisti non serva solo a raccontare, ma anche a proteggere: «la nostra presenza serve a prevenire e a evitare che i crimini di guerra restino impuniti». Ha ricordato i colleghi caduti negli ultimi anni e ha ribadito che il compito fondamentale del reporter è dare voce a chi non ce l’ha, perché le guerre non vengono quasi mai decise da chi le subisce.
Ha poi rievocato il proprio arrivo in Ucraina, avvenuto in modo improvviso: «ho fatto lo zaino in mezz’ora… sono stata via tre mesi». Da quel momento, il Paese è diventato per lei un luogo familiare, attraversato per migliaia di chilometri, dalle coste di Odessa fino al confine con la Russia. L’invasione del 2022 l’ha posta davanti a scene che aveva solo letto nei libri: treni carichi di persone in fuga, città bombardate, famiglie spezzate. Era convinta che non avrebbe mai raccontato una guerra in Europa, e invece si è trovata nel cuore del conflitto più lungo sul continente dalla Seconda guerra mondiale.

L’oratrice ha insisto sull’importanza di comprendere la storia ucraina per capire la guerra attuale. Ricorda come il 2014 sia stato un punto di svolta: i giovani scesi in piazza a Maidan rifiutavano un modello autoritario e chiedevano diritti, democrazia, libertà. Quel movimento ha cambiato la storia dell’Ucraina e, in parte, dell’Europa. Da allora, il conflitto non si è mai davvero fermato, covando «sotto le ceneri» fino all’esplosione del 2022.
Nel suo lavoro, però, non si è limitata a seguire le mappe militari o le strategie del fronte. Ha cercato di raccontare ciò che spesso resta invisibile: le ferite dell’anima, gli effetti psicologici della guerra sulla popolazione civile e sui soldati. Riporta le parole di una psichiatra ucraina che le ha spiegato il trauma da stress estremo, paragonando il cervello a «un hard disk che si riempie e non riesce più a girare in maniera efficiente». La perdita di memoria, il disorientamento spazio-temporale, l’ansia costante sono solo alcuni dei sintomi che colpiscono chi vive sotto le bombe, anche per pochi minuti.

Serafini ha descritto come questi traumi si accumulino e rendano difficile ricostruire un tessuto sociale stabile. Le città vicine al fronte vivono in un equilibrio precario, segnate da bombardamenti continui, lutti e distruzioni. Ha raccontato di aver visto disegni per bambini raffigurare armi e morte: un segno evidente di quanto la guerra penetri nell’immaginario dei più piccoli. Il conflitto, inoltre, ha trasformato radicalmente il modo di combattere. L’uso massiccio dei droni ha cambiato le strategie militari e ha introdotto una nuova forma di violenza psicologica: il ronzio costante, l’ombra che appare nel cielo, la consapevolezza che «qualunque essere vivente che si muove è un obiettivo». Anche quando non provocano molte vittime, i droni generano terrore e lasciano cicatrici profonde.
La giornalista ha affronta poi il tema delle perdite umane. Ha raccontato di aver visitato i punti di raccolta dei corpi dei militari, un’esperienza che definisce sconvolgente e mai vista in altre guerre. Queste immagini mostrano il prezzo altissimo che l’Ucraina sta pagando non solo per difendere se stessa, ma anche per proteggere l’Europa e i suoi valori.
La guerra, ha ricordato, affonda le radici in una storia complessa, fatta di identità intrecciate, territori contesi, narrazioni manipolate. Il Donbass, spesso definito “russo”, è in realtà un luogo dalle origini miste, stratificate, difficili da ridurre a slogan. La storia non è un nastro lineare: è piena di nodi, e comprenderla richiede tempo e profondità.
Nonostante tutto, l’oratrice riconosce nell’Ucraina una forza straordinaria. È una società giovane, resiliente, capace di resistere anche nelle condizioni più dure: senza elettricità, senza acqua, sotto i bombardamenti. Sottolinea il ruolo fondamentale delle donne: minatrici, paramediche, lavoratrici che hanno sostituito gli uomini che sono al fronte, custodi della vita quotidiana in mezzo al caos.
Ha concluso riflettendo su ciò che ha imparato in questi quattro anni: il valore della fatica, del dovere, della libertà. Una libertà che spesso diamo per scontata, ma che per molti non lo è affatto. L’Ucraina le ha insegnato che, anche nella distruzione, esiste una parte che «dà speranza»: la capacità umana di continuare a vivere, di resistere, di ricostruire.
La serata è terminata con le domande del pubblico.
Incontro con i ragazzi delle scuole superiori.

La mattina successiva abbiamo organizzato un dibattito fra la giornalista e gli alunni delle scuole superiori, moderato dal giornalista vogherese Claudio Micalizio.